l'incisione nei suoi aspetti terminologici
(ripreso da Index, 1983, Phototeca e parzialmente integrato)

 

 

Precisato che i tempi e gli automatismi dei vari procedimenti riproduttivi (il riferimento è limitato al mondo occidentale) possono essere riepilogati come segue:
chirografia................ 1 automatismo.........anno 1.000
xilografia...................2 automatismi..........anno 1.300
calcografia.................3 automatismi..........anno 1.400
litografia....................4 automatismi..........anno 1.800
fotografia...................5 automatismi..........anno 1.880
Passiamo alla descrizione delle procedure, saltando la chirografia.

L'artista esegue il progetto sul foglio di carta (disegnandolo, evidentemente), il trasportista lo posa sul tavolo, vi inclina sopra uno specchio e ricopia l'immagine del medesimo, ovviamente riflessa capovolta, riassumendola in segni più grossolani, con un carboncino, sopra una tavola di legno di pero. La tavola passa all'incisore, detto anche sgorbio perchè usa uno scalpello ricurvo che si chiama la sgorbia. Lo sgorbio, con la sgorbia, asporta il legno attorno al disegno capovolto sulla tavola per cui questo, alla fine del lavoro risulta in rilievo.
L'oggetto prodotto in questo modo si chiama matrice xilografica, parola che discende da due greche (parole) e significa, etimologicamente, rappresento in legno.
Si dice anche matrice rilievografica, perchè, appunto, quello che poi si stampa sporge: è il rilievo. Anche i timbri più usuali sono matrici rilievografiche. Si dice ancora matrice a risparmio, perché l'immagine stampante, la stampata nella copia o esemplare o stampa per antonomasia, è stata risparmiata dallo xilografo che hascalpellato il legno intorno.
L'immagine stampata si chiama altresì con il nome del procedimento: xilografia.
Questa che abbiamo descritto è la versione più semplice ed industrialmente primitiva di questa fabbricazione. Che si raffina cominciando da un sempre più ampio corredo di scalpelli, dopo la sgorbia, di varie grandezze. Non vi diciamo i nomi di quelli italiani, ma invece quelli della xilografia orientale, che è la più antica e nasce mille anni prima. Per puro divertimento: kiridashi, komusaki, sankaku-nomi, aisuli, soai-nomi, marunomi, kento-nomi, e si dice haké il pennello per togliere i trucioli.

La calcografia è uguale e nello stesso tempo diversa dalla xilografia.
Il calcografo, che come lo xilografo è in sostanza il nome del padrone che dirige la fabbrica, poi anche il nome paternalistico di tutti gli addetti alle varie mansioni, fa verniciare delle lastre di metallo, specialmente di rame, che in greco si dice chalcòs ome legno si dice xylon.
Perciò calcografia, etimologicamente e genericamente, significa rappresentare con il metallo. Poi come prima: l'artista esegue il progetto ed il trasportista ne copia l'immagine rovesciata dallo specchio graffiandone i segni nella verniciatura e scoprendo il rame (o il ferro, o l'acciaio, o l'alluminio...). La lastra poi s'immerge nell'acido più o meno diluito, o altro liquido corrosivo (reso tale da sostanze alcaline o da sali) che compie il lavoro d'incisione corrodendo il metallo. Interrompendo ad un certo punto, ed in certe zone che sono riverniciate, questo lavoro, si ottengono solchi, ovvero incavi, più o meno profondi. La lastra diventata così matrice si inchiostra come quella xilografica, però mentre la matrice di legno prende l'inchiostratura ovviamente sui rilievi che formano l'immagine, la matrice di metallo è tutta cosparsa l'inchiostro e sarà poi ripulita o con un panno o con la racla che è una specie di lama, di raschia. L'inchiostro resta così soltanto negli incavi, nei solchi, ed è per questo che la calcografia si dice pure matrice incavografica. E siccome la soluzione corrosiva si chiama acquaforte, nello stesso modo si chiamano le stampe, le copie ottenute: acqueforti. Vi sono numerose varianti, altrettanti nomi, di questo procedimento: l'acquatinta, per dirne una. Il liquidi corrosivo si dice anche attaccante e mordente.
I solchi , gli incavi si possono logicamente eseguire anche a mano, o in parte con l'acido attaccante e in parte a mano: si ha in questo caso l'intaglio, che è calcografico se eseguito nel metallo. Ma si possono intagliare anche tavole di legno, e di altre sostanze. Come il linoleum, il cartone, eccetera.
Ovviamente l'intaglio può produrre, come succede in oreficeria, un oggetto in sè, cioè non una matrice (stamo quindi parlando di un opera "originale", fine a se medesima).

Nella litografia la lastra o lapide tipografica è di pietra.
Nel procedimento industriale l'artista esegue il progetto su carta speciale detta da riporto o trasporto. Questo progetto eseguito con speciale matita grassa o matita litografica, si pressa sulla lastra levigata o preparata, con una piccola mola detta levigatore. La lastra in questo modo assorbe meglio il segno della carta da trasporto che si chiama anche autografica. A questa stessa traccia, che ovviamente rappresenta l'immagine disegnata, aderirà poi l'inchiostratura necessaria per la stampa. Sulle altre zone della superficie l'inchiostro non attacca, non prende, anche perchè in queste zone la pietra è stata inumidita, per cui risulta oleorepulsiva. L'inchiostro da stampa è invece oleoso e volentieri si attacca ai segni della matita grassa che sono oleofili. Siccome la pietra litografica, essendo porosa, si inumidisce ed assorbe acqua volentieri, si dice anche che è idrofila.
Si capisce, sia pure sommariamente, da questi fatti perchè il procedimento litografico - che etimologicamente significa rappresentare con la pietra, siccome lithos in greco significa pietra e graphein rappresentare - venne definito dal suo stesso inventore stampa per affinità chimica, o brevemente stampa chimica, distinguendola così da quella xilografica e calcografica, che si dice stampa fisica. Il principio della stampa per affinità chimica è stato applicato in molti modi e utilizzando materiali differenti. Così nel metodo chiamato rotocalco si sfrutta l'idrofilia del rame, che si inumidisce volentieri,e l'idrorepulsione dell'acciaio cromato che invece rifiuta l'acqua e prende bene l'inchiostro tipografico essendo oleofilo.

E veniamo alla fotoincisione ricordando che quello che vieene comunemente inteso per fotografia si deve considerare solo la prima parte di questo procedimento che ha radicalmente rivoluzionato tutti i sistemi di stampa.
Con la fotoincisione si possono ottenere matrici di tutti i tipi, sempre in totale automatismo, e cioè rilievografiche, come quelle della xilografia, incavografiche, come quelle della calcografia e dell'intaglio; planigrafiche, come quelle della litografia, che si dice così per le sue pietre stampanti che, anche dopo l'operazione di trasporto con la carta autografica, risultano praticamente lisce essendo impercettibile lo spessore dell'inchistro grasso. La fotoincisione sfrutta nei negativi e nei positivi la proprietà dei sali d'argento: scuriscono per effetto della luce che gli obiettivi formano (è la formatura fotografica) in immagine, rappresentando così quell'oggetto-soggetto preso per mezzo dell'apparecchio. La fotoincisione sfrutta successivamente la proprietà di un altro sale della fotografia: il bicromato di potassio il quale sciolto in una pappa organica, come la gelatina, le trasmette, con questa operazione detta anche di salatura, la proprietà di diventare progrewssivamente dura da molle che era, insolubile, da solubile che era, per effetto della luce.
La gelatina non esposta alla luce, salata come si è detto, prima di sciogliersi si gonfia e questo risultato si dice appunto gonfiatura. Diciamo subito che la gelatina gonfiata, e umidissima, è oleorepulsiva, cioè non prende l'inchiostro, mentre è invece oleofila, cioè prende benissimo l'inchiostro tipografico, la gelatina indurita.
Raggiunto il massimo della gonfiatura la gelatina si scioglie nell'acqua, e quest'operazione si dice di sviluppo della gelatina bicromata: è lo stesso termine, come si sa, usato per lo sviluppo del negativo o del positivo fotografici, per il quale occorre però un bagno speciale detto anche rivelatore delle immagini fotografiche latenti, ovvero invisibili fino a quel punto.
Combinando insieme le proprietà dei sali d'argento e del bicromato di potassio, si possono trasformare le trasparenze e le opacità, ovvero le luci e le ombre, i chiari e gli scuri di negativi e positivi trasparenti, detti diapositivi, in corrispondenti zone dure o gonfie, sporgenti e asportate via perchè rimaste solubili, di strati di gelatina salata con il bicromato, sparsi sopra lastre di legno, di metallo, di pietar, di vetro, eccetera.
Si hanno in questo modo procedimenti e matrici che si dicono fotoxilografiche, fotocalcografiche, fotolitografiche, fotovetrografiche o fotocollografiche in generale.
Ecco l'operazione dettagliata prescindendo dal supporto dello strato detto anche pellicola o emulsione. Mettiamo il negativo per un riporto a contanto sulla gelatina bicromata, accendiamo in alto una luce che attraversa le aree trasparenti che, nel negativo, corrispondono agli scusi del soggetto. Sotto, la gelatina sensibilizzata indurisce. Sotto, le aree opache nel negativo, cioè annerite dalle luci, dai bianchi del soggetto, invece no. Mettiamo questa che sarà una matrice a bagno nell'acqua che gonfia la gelatina rimasta nascosta alla luce e diventa in questo modo oleorepulsiva. Poi inchiostriamo: la tinta non aderirà a queste aree, aderirà a quelle indurite che sono oleofile. Stampiamo sulla carta che risulterà bianca o nera, inchiostrata o meno, corrispondemente: avremo ottenuto un positivo fotografico a inchiostro, una stampa fotografica, come quelle che si vedono sui giornali, i fotolibri, ovunque. Questa matrice sarà anche planigrafica e dunque avremo fatto una fotolitografia: non vi sono, nella matrice, rilievi o incavi, la gonfiatura è infatti impercettibile: più che altro si tratta di una umidificazione. Possiamo sviluppare a fondo, asportando completamente la gelatina non indurita: in questo caso inchiostreremo la matrice come se fosse una xilografia, cioè sulla gelatina risparmiata dall'acqua perchè insolubile essendo indurita. Avremo fatto una fotoxilografia: questa sarà una fotoincisione in rilievo, anche. Per averla in incavo dovremo semplicemente partire da un diapositivo: sotto le sue luci la gelatina indurisce; sotto le sue ombre resta solubile. Dobbiamo poi completamente asportarla con un lavaggio a fondo e inchiostrarla nei solchi lasciati dalla gelatina soluta (sciolta). Anche questa è, ovviamente, una fotoincisione; sono tutte fotoincisioni: quelle piane, quelle in rilievo, questa in incavo, che anche può dirsi intaglio fotografico. Come si vede il procedimento della fotoincisione, e ricordiamoci che la fotografia "pura e semplice" è solo la sua fase iniziale, non solo è automatico, ma anche globale: consente di fabbricare ogni tipo di matrice e, naturalmente, sfruttando la proprietà fotografica degli ingrandimenti, di positivi o di negativi, le stampe dette anche fotoincisioni e molto impropriamente, quando sono a inchiostro, fotografie, possono avere dimensioni diverse dal negativo originale che, molto propriamente, per quanto di rado, si deve chiamare fototipo. Il fototipo, se è di pellicola, può essere messo a contatto di un supporto sensibilizzato alla gelatina bicromata di forma cilindrica. Otteniamo in questo modo con grande facilità una matrice che rotola sopra un foglio lunghissimo, replicando ad ogni giro l'immagine fotoincisa.
E' il procedimento della fotorotoincisione o della fotorotocalcoincisione, detta brevemente rotocalco.
Questo ha automatizzato anche un'operazione esterna al procedimento di stampa in sè: quella della sostituzione del foglio di carta, uno per esemplare. Gli esemplari, in questo modo, si tagliano automaticamente da un foglio unico lungo chilometri (bobina). In tutti i procedimenti che abbiamo descritto si possono avere stampe a colori. Questi possono essere manuali, quando le copie si colorano a mano, ovviamente, oppure automatici. In questo caso si stampano a registro, ovvero facendo coincidere perfettamente i particolari, tante matrici quanti sono i colori nelle stampe policromatiche chiamate a tinte piene e tipografiche. Più matrici si possono stampare invece in modo che i colori non restino separati ma si confondano fra di loro per accostamento così prossino che l'occhio li mescola di per sè, non riesce a separarli. In questo caso con due colori se ne possono formare tre, e con tre o quattro, se sono colori di sintesi additiva, ovvero primari, tutti gli altri, oltre naturalmente al restare quello che sono. Le sfumature in fotoincisione si dicono mezzetinte. Se si vedono colori senza sfumature, si dicono anche al tratto.

 

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